Redazione Primm

Mercoledì, 01 Dicembre 2021 11:04

Voci dalla frontiera polacca bielorussa

Il Gruppo Migrazioni della Società della Cura organizza per Giovedì 2 Dicembre alle ore 18,00 l'evento online "Oltre il confine dell'umanità: voci dalla frontiera polacca bielorussa".

L'evento può essere seguto online al link https://www.facebook.com/events/1031352297651873 e sulla pagina Facebook società della cura https://www.facebook.com/societadellacura

Sono ormai sparite dalle prime pagine dei giornali immagini e notizie dei migranti ostaggio dei giochi geopolitici di Lukashenko e della Fortezza Europa. Società della Cura darà voce ad attivisti che sul campo hanno seguito gli eventi, e a chi in Europa si batte contro quella che è ormai l'unica vera politica migratoria europea: quella di Frontex, dei droni, dei campi ipertecnologici, dei respingimenti illegali, della chiusura dei confini a tutti i costi.

Mercoledì, 24 Novembre 2021 16:46

Global Compact on Refugees, a che punto siamo?

Come si sono tradotti, finora, gli impegni del Global Compact on Refugees? Prova a rispondere a questa domanda il GCR Indicator Report 2021, pubblicato qualche giorno fa dall’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati. Il rapporto misura i progressi guardando ai 4 obiettivi che si è data la comunità internazionale: alleggerire la pressione sui Paesi ospitanti, promuovere l’autosufficienza dei rifugiati, espandere l’accesso a soluzioni in Paesi Terzi e supportare le condizioni nei paesi d’Origine per rientri sicuri e dignitosi.

Il primo Rapporto sugli indicatori del GCR, spiega UNHCR in una nota, copre gli anni tra il 2016 e il 2021 e mostra i progressi compiuti in relazione all’incremento del supporto fornito ai Paesi a basso reddito che accolgono rifugiati e all’ampliamento delle possibilità di accesso di questi ultimi a mercato del lavoro ed istruzione. Il rapporto, tuttavia, mette in evidenza come resti ancora molto da fare.

“Il quadro che è emerso è eterogeneo. Osserviamo come i Paesi dotati di meno risorse continuino a farsi carico della maggior parte delle responsabilità sia rispetto a nuove situazioni che coinvolgono rifugiati sia a quelle che si protraggono da tempo. Allo stesso tempo, rileviamo buone indicazioni in relazione ai progressi compiuti da Stati, settore privato, società civile e banche di sviluppo nel contribuire a tentare di colmare il divario”, ha dichiarato Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario UNHCR per la Protezione.

Il rapporto mostra che, sebbene siano necessari maggiori finanziamenti per le attività di risposta alle crisi di rifugiati in ambito umanitario e per lo sviluppo, dal 2016 si è registrata una tendenza all’aumento dell’assistenza bilaterale allo sviluppo destinata ai Paesi a reddito basso che accolgono rifugiati.

Le banche di sviluppo stanno inoltre facendo di più per rispondere alle crisi tramite l’erogazione di almeno 2,33 miliardi di dollari. Il numero di situazioni che vedono coinvolti rifugiati sostenute dalla Banca Mondiale, per esempio, è aumentato da due a diciannove.

Il rapporto, inoltre, stima che tre quarti dei rifugiati possono lavorare legalmente nel proprio Paese di accoglienza, sebbene poco si sappia delle modalità con cui ciò si traduca in pratica. Quest’ultima rappresenta una questione di fondamentale importanza dato che due terzi dei rifugiati vivrebbero in condizioni di povertà e la loro difficile situazione non ha fatto che aggravarsi per effetto della pandemia.

Si sono inoltre registrati miglioramenti in relazione all’inclusione dei rifugiati nei sistemi d’istruzione nazionali. I minori rifugiati hanno, sulla carta, accesso all’istruzione primaria alle stesse condizioni dei cittadini in tre quarti dei Paesi di accoglienza, e a quella secondaria in due terzi di questi. Eppure continuano a esistere numerose barriere, considerato che quasi la metà di tutti gli studenti rifugiati non frequenta la scuola.

Il rapporto, infine, illustra come, sebbene tra il 2016 e il 2021 un più elevato numero di rifugiati abbia potuto usufruire di soluzioni rispetto ai cinque anni precedenti, i conflitti in corso impediscano alla maggior parte di loro di fare ritorno a casa. Solo l’1 per cento ha fatto ritorno a casa nel 2020 rispetto al 3 per cento nel 2016. E anche il preesistente divario tra esigenze di reinsediamento e posti disponibili si è ampliato.

“Considerato che nove rifugiati su dieci sono accolti in regioni geografiche in via di sviluppo e che in questi Paesi l’impatto della pandemia di COVID-19 è stato particolarmente grave, per rispondere alle sfide che stiamo affrontando è necessario intensificare la condivisione di responsabilità – principio al centro del Global Compact – oggi così come nei prossimi anni”, ha affermato Triggs.

Fonte: Integrazione Migranti

Il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo è un titolo di soggiorno di durata illimitata, che può essere richiesto dai cittadini di paesi terzi e o  apolidi che siano regolarmente e continuativamente soggiornanti in Italia da almeno cinque anni.

Quali requisiti occorrono per avere il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo?

Il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo può essere rilasciato al cittadino straniero in possesso, da almeno 5 anni di un permesso di soggiorno in corso di validità, a condizione che dimostri la disponibilità di un reddito minimo non inferiore all’assegno sociale annuo e la conoscenza della lingua italiana.

 I titolari di protezione internazionale sono esentati dalla dimostrazione della conoscenza della lingua italiana e quelli che tra essi sono considerati in condizione di vulnerabilità possono far concorrere al reddito, per una misura massima del 15%, la disponibilità di un alloggio fornito a titolo gratuito da un ente assistenziale, pubblico o privato riconosciuto.

I periodi di soggiorno trascorsi dal richiedente con lo status giuridico di diplomatico o equiparato ovvero con un permesso di soggiorno di breve durata non vanno computati ai fini del calcolo del possesso, da almeno 5 anni, di un permesso di soggiorno valido. Le assenze dello straniero dal territorio nazionale non interrompono la durata del periodo di 5 anni di possesso, da parte sua, di un permesso di soggiorno e sono incluse nel computo dello stesso, a condizione che siano inferiori a 6 mesi consecutivi e non superino complessivamente 10 mesi nell’arco di un quinquennio, salvo che tale interruzione sia dipesa dalla necessità di adempiere agli obblighi militari, da gravi e documentati motivi di salute ovvero da altri gravi e comprovati motivi. Nel caso dei beneficiari di protezione internazionale i cinque anni decorrono dal momento di presentazione della domanda.

Per maggiori approfondimenti vai alla pagina dedicata sul Portale Integrazione Migranti

“Come campagna Ero straniero seguiamo con grande attenzione l’attuazione della regolarizzazione straordinaria prevista dal governo nel maggio 2020 , preoccupati in particolare dai tempi troppo lunghi dell’esame delle 230.000 domande presentate e dalla situazione di precarietà che tale ritardo sta determinando”, hanno dichiarato i promotori illustrando oggi, 25 novembre, alla Camera dei deputati, il terzo approfondimento sul tema.

“Dai dati risalenti alla fine di ottobre scorso (ottenuti attraverso una serie di accessi agli atti rivolti al ministero dell’interno e consultabili, insieme al dossier di approfondimento, sul sito della campagna), emerge che poco più di un terzo delle pratiche è stato finalizzato finora da parte delle prefetture e sono solo 38.000 circa i permessi di soggiorno rilasciati dalle questure a procedimento ultimato. Ancora critica la situazione in alcune grandi città: a Milano, delle 25.900 domande ricevute, sono in via di rilascio solo 2.551 permessi di soggiorno. A Roma su 17.371 domande, sono 1.242”.

Un ritardo ancor più grave se messo in relazione con le ragioni per cui è nato il provvedimento e alla situazione di emergenza vissuta nel Paese, non solo a livello sanitario. Come sottolineato nell’ultimo rapporto della Fondazione Moressa, infatti, su 456 mila posti di lavoro persi nel 2020 a causa dell’emergenza Covid, il 35% ha riguardato cittadini stranieri. In particolare, le donne sono state più colpite degli uomini a causa di una maggiore precarietà dei contratti. Anche alla luce di queste evidenze, sarebbe stato necessario consentire nel minor tempo possibile l’emersione dal lavoro nero e il rientro nell’economia legale delle decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che hanno aderito alla sanatoria. Ma ciò non è successo.

Le testimonianze raccolte dalla Campagna Ero Straniero da persone in emersione, datori di lavoro, personale impiegato nelle prefetture, operatori di sportelli legali e patronati, dipingono un quadro sempre più allarmante con conseguenze pesanti che riguardano, da un lato, la vita delle persone in attesa; dall’altro, le criticità emerse nello svolgersi dei procedimenti. “Tra le questioni più sentite da chi è in attesa di ottenere i documenti – hanno ricordato i promotori – c’è il divieto, di fatto, di lasciare l’Italia: i lavoratori e le lavoratrici in emersione, pur avendo una posizione regolare sul territorio, non possono rientrare nel paese di origine fino a che la procedura non si conclude”.

Fonte: Ero Straniero

È stato pubblicato l’Osservatorio sugli stranieri con i dati relativi al 2020. In questo Osservatorio gli stranieri vengono distinti tra non comunitari, se in possesso di regolare permesso di soggiorno, e comunitari, se nati in un paese estero dell’UE.

Nel 2020 sono 3.760.421 i cittadini stranieri, comunitari e non, presenti nelle banche dati dell’INPS, di cui 3.192.588 (84,9%) sono lavoratori attivi, 266.924 (7,1%) pensionati e 300.909 (8%) percettori di prestazioni a sostegno del reddito.

2.594.210 stranieri (69%) provengono da Paesi extra UE, 298.627 (7,9%) da Paesi UE15 e 867.584 (23,1%) da altri Paesi UE.

L’analisi dei dati per Paese di provenienza rileva la presenza di 711.736 romeni, che rappresentano il 18,9% di tutti gli stranieri regolarmente presenti in Italia; seguono albanesi (351.225, 9,3%), marocchini (285.534, 7,6%), cinesi (208.549, 5,5%), ucraini (174.237, 4,6%) e filippini (123.866, 3,3%). Le sei nazionalità considerate totalizzano circa la metà del totale degli stranieri conosciuti all’INPS (49,3%).

Tra i cittadini stranieri prevale il genere maschile (55,5%), soprattutto per Pakistan (95,1%), Bangladesh (94,2%), Egitto (92,8%), Senegal (86,2%), India (82,2%) e Marocco (72,6%). La presenza delle donne prevale invece tra i lavoratori provenienti da Ucraina, Moldova, Perù e Filippine.

Per quanto riguarda l’età, quasi la metà dei non comunitari ha meno di 39 anni (44,9%), contro il 33,9% dei comunitari; il 45,4% ha tra i 40 e i 59 anni (contro il 51,9% dei comunitari) e solo il 9,7% ha più di 60 anni (contro il 14,2% dei comunitari).

Il 61% degli stranieri in Italia nel 2020 risiede o lavora in Italia settentrionale, il 23,9% in Italia centrale e il 15,1% in Italia meridionale e Isole. Al Nord e al Centro prevalgono nettamente gli stranieri provenienti da Paesi extra UE rispetto a quelli provenienti da Paesi UE (72,2% al Nord e 66,4% al Centro), mentre al Sud la differenza è meno marcata con gli stranieri extra UE al 60,1%.

lavoratori dipendenti sono 2.715.162, con una retribuzione media annua di 12.950,71 euro. Di questi, 1.897.937 lavorano nel settore privato non agricolo, con una retribuzione media annua di 15.065,44 euro; 284.649 lavorano nel settore agricolo (il 74,4% uomini), con una retribuzione media annua di 7.769,56 euro, mentre i domestici sono 532.576 (solo l’11,7% sono uomini) con una retribuzione media annua pari a 8.183,67 euro.

pensionatsono 266.924, con un importo medio annuo pari a 10.682,86 euro: il 49,7% (132.533 soggetti) ha una prestazione assistenziale, mentre coloro che percepiscono una pensione di tipo previdenziale sono 96.169 (il 36%); 15.682 (5,9%) sono titolari di pensioni indennitarie e 22.540 (8,4%) percepiscono due o più pensioni.

Nel documento contenente le statistiche in breve (pdf 503KB) è possibile consultare tutti i dati.

Fonte: INPS

Può suonare strano, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, a fronte dei dati sconcertanti sui femminicidi e sulle violenze domestiche, parlare di sanatorie e permessi di soggiorno. Ma esiste una violenza bianca, strisciante, fatta di carte e di email che non arrivano, che lo Stato sta esercitando da mesi su decine di migliaia di lavoratrici. Lavoratrici “essenziali”, come si è amato definirle nei mesi del lockdown.

Delle colf e badanti che hanno applicato per la regolarizzazione ex Decreto Rilancio, nell’estate del 2020, solo una piccola percentuale ha ottenuto risposta. Tutte le altre sono sospese in un limbo di incertezza ormai da un anno e mezzo, a causa dell’imbarazzante ritardo della Pubblica Amministrazione nell’esaminare le pratiche di una procedura talmente complessa e priva di senso logico da sembrare fatta apposta per fallire. 

Molte nel frattempo hanno perso il lavoro, principalmente a causa del decesso dell’assistito, e sono di nuovo scivolate nell’irregolarità, nell’indifferenza generale. Quasi tutte hanno avuto enormi difficoltà ad accedere al vaccino Covid, nonostante la legge lo preveda esplicitamente anche per gli stranieri “in emersione”: il più delle volte si sono dovute rivolgere al terzo settore e lo hanno ottenuto solo grazie agli open day vaccinali, rivolti a persone senza fissa dimora e irregolari.

Ma soprattutto, tutte sono impossibilitate a muoversi dall’Italia fino a che la procedura di emersione non sarà conclusa. Nessuna di loro, da un anno e mezzo, può tornare a casa, dove hanno lasciato figli, mariti, genitori anziani. Non si sono potute muovere dopo l’allentamento delle restrizioni dovute alla pandemia, nemmeno in caso di lutti o eventi familiari importanti. Yuliia non ha potuto partecipare al matrimonio di sua figlia in Moldavia, le hanno mandato le foto su Whatsapp.

A Iryna sono nati due nipotini, che ha potuto vedere solo via Skype. Dalle loro famiglie li separa una notte di pullman, e la certezza che la loro pratica di emersione verrà rigettata se ci saliranno sopra.

In alcuni casi si tratta delle stesse lavoratrici esposte, nei mesi scorsi, a un’altra violenza silenziosa, e diffusissima: la reclusione, di fatto, tra le mura domestiche. La paura del Covid ha spinto molti datori di lavoro a impedire alle loro assistenti familiari di uscire di casa per mesi.

Fonte: Huffington Post

Grazie a WEMIN (Migrant Women Empowerment and Integration), il modello innovativo di integrazione per donne migranti e rifugiate di tutte le età, ci siamo messi ancora una volta al fianco delle donne, contro gli stereotipi di genere e a favore dell’integrazione per permette loro di diventare dei moltiplicatori di competenze sociali all’interno delle loro famiglie e comunità.

Promuovendo una stretta interazione tra le donne della società ospitante e le comunità migranti, vengono affrontati gli stereotipi che entrambe le parti hanno, sfidando le narrative esistenti sulla migrazione e rafforzando le capacità di interazione, comunicazione e inclusione delle comunità coinvolte. Sono state strutturate attività di formazione quanto più possibile connesse alla vita quotidiana delle donne migranti e rifugiate, in modo che le partecipanti potessero mettere subito in pratica conoscenze e abilità apprese e quindi migliorare le competenze di comunicazione e la sicurezza di movimento e interazione nella società ospitante.

Fonte: OXFAM

Una donna rifugiata o sfollata interna su cinque è stata oggetto di violenza sessuale. Oggi, a causa dell’impatto che la pandemia di Covid-19 ha avuto sul rispetto dei diritti umani e in ambito socioeconomico, sappiamo che questa situazione non ha fatto altro che peggiorare.

Dall’Afghanistan alla Colombia, fino alla Repubblica Democratica del Congo, e in altri Paesi ancora, l’impatto deleterio dei conflitti, del Covid-19 e delle migrazioni forzate ha colpito profondamente donne e bambine.

A partire da marzo dell’anno scorso, abbiamo registrato un aumento vertiginoso su scala mondiale di casi di violenza domestica, matrimoni precoci, tratta di esseri umani, sfruttamento e abusi sessuali, tutti da riconnettere alla pandemia. È stata inoltre minata anche una serie di conquiste ottenute con fatica in particolare con riferimento alla parità di genere.

Per far fronte alla violenza di genere è necessaria una risposta concertata che coinvolga autorità nazionali, partner umanitari, società civile, donatori, e donne, bambine, uomini e bambini stessi costretti alla fuga.

In occasione del 30° anniversario della campagna 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, che ricorre quest’anno, rivolgiamo un appello ad autorità nazionali e locali affinché agiscano con più efficacia per proteggere i diritti di donne e bambine rifugiate, sfollate interne o apolidi e prevengano queste vergognose violazioni.

È necessario, inoltre, che le persone in fuga e gli apolidi siano inclusi in tutte le attività nazionali di risposta alla violenza di genere. Le persone sopravvissute devono essere sostenute affinché possano guarire e ristabilirsi, e gli aggressori devono essere assicurati alla giustizia.

È necessario stanziare piu’ finanziamenti a favore di programmi umanitari volti a contrastare la violenza di genere, tra cui i progetti miranti a sostenere l’emancipazione di donne e bambine, nonché i servizi di risposta rivolti alle persone sopravvissute.

Tale supporto deve essere indirizzato specialmente a quanti sono impegnati in prima linea, soprattutto le organizzazioni e i gruppi guidati da donne.

Per porre fine alla violenza di genere è necessario far seguire alle parole i fatti.

Fonte: UNHCR

La cooperativa sociale Nuova Ricerca Agenzia Res onlus di Fermo collabora da anni con il comune di Grottammare nella gestione del progetto ministeriale per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Ora ha attivato una raccolta di vestiario da donare a migranti e profughi che si trovano al confine tra Bielorussia e Polonia. Bloccati lì, al freddo e al gelo 

I materiali richiesti sono: sacchi a pelo, coperte, giubbotti invernali, maglioni, guanti, berretti, scarpe e vestiario in genere, sia per adulti che per bambini.

Chi vuole contribuire può portare il materiale presso la sede comunale in via Crucioli (ex Informagiovani) entro il 21 novembre.

Fonte: Primapagina

Venerdì, 19 Novembre 2021 09:51

EMERGENZA AFGHANISTAN

Con il ritorno al potere dei Talebani, in Afghanistan è già catastrofe umanitaria. Dopo la partenza, lo scorso agosto, dei contingenti militari americani e alleati, tra cui quelli italiani, non si ferma l’escalation di violenza sulla popolazione civile, in particolare su donne e bambini. Stando agli ultimi dati disponibili della UNAMA, United Nations Assistance Mission in Afghanistan, già nei primi sei mesi del 2021 sono stati uccisi oltre 1600 civili, tra cui moltissime donne, ragazze e bambini. Dopo la presa di potere delle forze talebane ci sono decine di migliaia di persone costrette ad abbandonare le loro case e in grave pericolo di vita. Oggi un bambino vale 200 euro al bazar di Kabul, un’adolescente 500 euro. A partire da agosto, quando AMAD - Associazione Multietnica Antirazzista Donne ha avviato il progetto Afghanistan, sono state centinaia le richieste di aiuto giunte da uomini ricercati o sopravvissuti ad attacchi da parte dei Talebani, ma soprattutto da donne e ragazze rimaste sole e con figli piccoli che per evitare di essere violentate o date in spose a degli sconosciuti sono rifugiate in luoghi angusti, senza soldi, senza cibo e senza la possibilità di poter uscire per chiedere aiuto. Oltre 170 persone sono morte nell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto scorso. Disperatamente stavano cercando di prendere un volo per fuggire. Quel giorno all’aeroporto c’era anche una ragazza di 19 anni con la sua famiglia. Non divulghiamo il suo nome per proteggerla. In quell’inferno ha perso tutta la sua famiglia, è rimasta sola al mondo, ci chiede aiuto.

LA STORIA DI FATIMA (nome di fantasia) Fatima ogni giorno ci scrive per raccontarci cosa succede. Non ha più una famiglia. Ci chiede disperatamente aiuto. Il telefono è il suo unico ponte di collegamento con il mondo. E’ nascosta da una famiglia molto povera a cui ha dato una collana, ciò che le restava come unico ricordo di sua madre. Un grande sacrificio per ricaricare il telefono e rimanere in contatto con noi. Racconta di essere nascosta in un rudere, sottoterra. Non avendo un uomo al suo fianco, non può girare per strada da sola, potrebbe essere rapita, data in sposa ai talebani o venduta al mercato dei trafficanti - sorte comune che tocca alle vedove e alle giovani, spesso poco più che bambine. Fatima ha perso tutto, anche la speranza di futuro. Non può più studiare, formarsi, sognare. Vive da sola e solo nella paura. «Avevo dei sogni sul mio futuro, volevo studiare, adesso per me non c’è più niente» «Sono sola, ho molta paura, voi siete la mia unica speranza dopo Dio» sono solo alcuni dei messaggi ricevuti da Fatima.

CHI SALVA UNA VITA SALVA IL MONDO INTERO AMAD vuole andare in questa direzione. Tentando di creare luoghi sicuri in Afghanistan per coloro che non possono richiedere un passaporto e dando un’opportunità di studio, lavoro e libertà alle donne e le ragazze che hanno riposto la loro speranza in noi portandole in Italia. Per loro e idealmente per tutte le altre che ora rischiano di diventare delle ombre. 2 - Grazie ad una sicura rete di aiuto che AMAD ha costruito sul territorio, le ragazze possono essere scortate a Kabul, dove si trova l’ufficio visti per viaggiare in Iran. Una volta in Iran saranno assistite da una famiglia che si è resa disponibile a ospitare una tappa di questa staffetta per la libertà e si dovrà richiedere il visto per studio all’Ambasciata italiana - che oltre al costo della pratica comprende una fideiussione ed una polizza assicurativa. Si dovranno poi acquistare i voli con biglietto aperto da prenotare e saldare. In Italia ci sono famiglie pronte ad accogliere e per diverse di loro c’è anche una scuola che le sta già aspettando. - Per le altre donne che hanno parenti in Italia AMAD sta assistendo i familiari nelle pratiche di visto per ricongiungimento familiare, mettendo a disposizione i propri collaboratori sul territorio per scortarle presso gli uffici ed all’aeroporto. - Coloro che non hanno invece un passaporto e sono costrette a rimanere nel Paese con i propri figli hanno bisogno di luoghi sicuri dove potersi rifugiare senza che le privazioni le portino alla morte. Sebbene questa sia la strada più difficile da percorrere per noi di AMAD, non potevamo ignorare le loro voci e così abbiamo creato una rete di famiglie disposte ad aiutare, che tuttavia non hanno la capacità economica, in un momento così difficile, di sostenerne i costi. «AMAD non può e non vuole voltare le spalle alle donne e alle ragazze afgane.

Raccogliendo il loro grido di dolore vogliamo restituirle ad una vita di cui non avere più paura. Vogliamo che siano fuori pericolo, fuori dalla portata dei talebani ma anche lontane dalle mani dei trafficanti.» La Presidentessa Donatella Linguiti a nome di tutti i soci. Un’impresa che AMAD non può realizzare da sola.

Vi chiediamo di contribuire, ognuno per quello che può, facendo una donazione, i fondi raccolti saranno utilizzati per sostenere tutte le spese connesse alla nostra missione: salvare quante più donne e bambini possibile da una vita senza futuro.

E’ possibile fare un bonifico sul c/c n° 2212 intestato ad Associazione Multietnica Antirazzista Donne – AMAD c/o Intesa Sanpaolo filiale di Ancona Viale Colombo
IBAN: IT88L0306902722100000002212
Causale: erogazione liberale progetto Afghanistan

Alle organizzazioni della società civile chiediamo di unirsi a noi in questo progetto e supportarci nella raccolta fondi.

Per adesioni: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Per Informazioni: +39 380 8637372 +39 335 7111483

Fonte: Associazione MAD

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